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giovedì, 30 novembre 2006

scritto blu

Tra le varie divinità cittadine, di sicuro una delle più importanti è il Dio del Traffico. Benni  ( Elianto ) descrive Dio come il Grande Manovratore, la visione dell'aldilà come un'Infinita Corsa di Macchine condotta per strade piene zeppe di: tornanti, insidie tipo Gioco dell'Oca e di legge del contrappasso. Il Dio del Traffico dell'aldiqua è un profondo conoscitore delle anime, delle propensioni e delle idiosincrasie umane. A me sta simpatico. Mi permette di leggere. Tutte le mattine, salgo in autobus ( confidando e credendo opportunisticamente e soprattutto momentaneamente nella Dea del Posto Vuoto ), mi siedo, sprofondo nel seggiolino, raccolgo le gambe e apro il libro. Per i primi 30 secondi non leggo, cerco di fare attenzione alla gente che ho intorno, ma insidacabilmente questa stessa parla di 1. partitica ( fosse politica andrebbe bene, ma i partiti no, mai, meno che meno alle sei e un quarto di mattina ) 2. cosa ha fatto ( lunedì - mercoledì ) o cosa farà ( giovedì-sabato ) durante il uicchènd 3. nipotini/figli/mariti/mogli/genitori 4. di quanto è in ritardo l'autobus, di quanto ci mette, di come sia incredibile il tempo che si perde. Cara la gente, Lei perde tempo, io leggo. Essì. Ma prima mi devo mettere la sveglia o mica mi accorgo della fermata giusta, e ci sono un sacco di autisti nuovi che non mi conoscono e quindi non mi avvertono quando io devo scendere.. vabè, comunque niente discorsi interessanti, come posso provare moti di propensione verso la Gente alle sei e un quarto? E poi, se non leggo in autobus non è che ho molto tempo per farlo, quindi grazie Dio del Traffico, grazie. Oggi salgo in autobus con un libro nuovo, cioè non nuovo, faceva parte della riserva di emergenza, tipo il pacchetto di cicche sotto l'asse n.3 della soffitta, o i tre fiorellini dentro la lampada di carta ... per i casi di estremissima emergenza. Ma è risaputo, che quando vengono toccate le scorte, è d'obbligo reintegrarle. Subito, o non lo farai mai più. E ti ritroverai con tre fiori e nessuna sigaretta ( vabbè evviva i purini ) oppure un pacchetto di cicche e nessun fiore ( ben più grave ) oppure senza un libro da leggere nuovo. Va bene ne rileggo uno. Va bene niente va bene. Arrivo a Mestre, scendo, continuo a leggere per strada, arrivo all’AppuntamentoOreNove. Temevo fosse un dramma, infatti il successivo l’avevo fissato per mezzogiorno. Ore noveeventitrè son fuori. Magnifico. Leggo. Un libro bello, lo consiglio. Comincia la sagra dei “potrei”, ma in realtà mi trovo nel baricentro di un trinagolo in cui al vertice A, l’ufficio, al B AppuntamentoOreDodiciFacilmenteAnticipabile, al C, Signora&MiScusi. Potrei scrivere per ore di Signora&Miscusi, forse lo farò, visto che per anni è stato l’ombrello nelle giornate di pioggia, la panchina dove aspettare indeterminatamente Marco, la fonte di saggezza per i grandi dubbi esistenziali, lo stermina stipendio … insomma la mia libreria preferita, con dentro Signora e Miscusi, loro due, i proprietari, si chiamano così. Per me, chiaro. Beh scelgo il vertice C. Sono anni che non vado, ci sarà ancora? C’è. Sto fumando, sbircio dalla vetrina chi c’è dentro. Ci son loro e TantiLibri. Butto la cicca, spalanco la porta. Miscusi si gira, aggiusta gli occhiali e dice ( ho le lacrime agli occhi mentre scrivo, io che non piango quasi mai ) “ Ciao Pika, chiudi che entra il freddo, come al solito arrivi giusta per il the”, Signora si gira mi guarda per qualche secondo e con voce rassegnata “ Hai le scarpe slacciate”. Ora, Pika non mi chiama più nessuno da non so nemmeno quanto tempo. Le scarpe slacciate, una costante nella mia vita. Mi trespolo, prendo la tazza di the e li guardo… ( continua )
postato da: ilema alle ore 02:32 | link | commenti (6)
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lunedì, 27 novembre 2006

... ponti ...

Ore sei, suona la prima sveglia.
Ore sei e un quarto, la seconda.
La terza è puntata alle sei e mezza, ma non serve, alle sei e venti  in pigiama ( una vecchia maglia sformata dei Metallica di tre taglie più grande di quella mia solita ) senza ciabatte e col caffè caldo in mano, spalanco le finestre, apro la porta e sono fuori a guardare. E' una giornata grigio perla, non il cielo in sè, la giornata proprio, c'è la nebbia, una nebbia lattiginosa, sfumata densa e umida, fredda, invadente e un po' appiccicosa, cioè sì nebbia. Metto il mio cappello verde e nero tipo quello di un elfo, lungo fino a metà schiena, arrotolato intorno alla gola, mi siedo sotto la palma da dattero ( non so bene che ci faccia una pianta esotica che non porterà mai a maturazione i suoi frutti nel giardino duepertre di casa genitoriale, ma la piantò mamma quando nacqui io e non ha mai voluto saperne di toglierla in favore di un pioppo bianco - l'albero delle tempeste - un nocciolo - l'albero dal quale si ricavano i bastoni magici, se non piantato da mani umane - un tasso ) in mezzo ai fiori conficcati nel terreno secondo uno schema geometrico-cromatico perfetto  ( ideato sempre dalla mamma inparentesisopracitata ) che mi fà pensare sempre alle cornicette che si facevano alle elementari, quadretti colorati in modo regolare, 4 colori, schemi assolutamente ripetitivi e rassicuranti del fatto che ci fosse ordine nel quadernone) e guardo. E' la Stagione delle Grandi Nebbie. Io, semplicemente amo questa stagione. E' come un viaggio, ho appena finito di camminare tra i caldi colori della natura che si prepara al sonno, ascoltando le foglie secche che salutano usando la voce del vento, annusando i fumi dei camini e del bosco, fissando i tramonti enormi, bassi e tiepidi, e arrivo all'Isola dove starò fino a primavera, quando la nebbia svanirà, io potrò uscire e qualcuno vorrà entrare, se trova la via. Finisco il caffè, entro in casa, apro la doccia, mi scaldo, passo velocemente l'asciugamano in giro, infilo il lupetto nero, le calze a righe, i jeans, rifaccio i letti, annerisco gli occhi, conto le tartarughe, inzuppo distrattamente i biscotti al cioccolato nel caffèllatte e li mangio senza accorgermene, metto e allaccio gli anfibi, cerco la borsa - questa merita un post tutto suo - esco finalmente di casa. Rientro, prendo gli occhiali, pesco una giacca, spengo le luci " ile accendi", riaccendo le luci " che ci fai in piedi?" " buongiorno " " sì sì è buono, che ci fai in piedi?" " vivo " " ... " " torni tardi?" " torni a letto?" " stasera, torni tardi?" " dai, torna a letto " " porti a casa il pane?" " vado via è tardi" " ti voglio bene" " chiuditi la porta a chiave, se torni a letto". Chiudo la porta, a chiave, atto chiaramente scaramantico, e arrivo davanti al cancello. Chiuso. Impreco e scavalco. Tutti i giorni. Infilo le cuffie e tutto torna a posto. C'è la nebbia, cammino per l'Isola, ascolto il ritmo giusto, arrivo all'approdo e attendo il Traghettatore. Oggi si parte dal paesello dove per/da un po' di tempo vivo, e si arriva a Venezia, la MadreIsola. Sembra che questo giorno sia in mio onore. Cè la Nebbia e io vado a Venezia. Mi siedo in fondo al traghetto ruotizzato, guardo fuori dal finestrino, non vedo le case, gli orti, i cancelli, il cimitero, le pompe di benzina, i negozi, se non li vedo, non ci sono, è semplice, immagino ci siano boschi, paludi, palafitte, rospi, corridoi aerei di legno, una manciata di draghi, elfi, kender, tartarughe, qualche dio caduto, talpe, gufi, se li immagino li vedo tutti, quindi esistono, chiaro, no? Divento insofferente in mezzo a Mestre, ma passa in fretta, non c'è traffico, e poi sento l'odore, la prima cosa è quel solletichio al naso, lieve e pungente sentore di Laguna. Sorrido e guardo avidamente. Non c'è confine tra acqua e cielo, è tutto color del velo, indefinito, dal quale spuntano piccoli fari spenti, dei riferimenti sospesi nell'infinito grigio perla, dove ogni tanto si posa una sagoma alata imprecisa. Arrivo a Piazzale Roma, accendo una sigaretta, è un piacere amplificato all'ennesima potenza fumare in questa Stagione, il Fumo che gioca con la Nebbia, fili azzurri di zucchero filato che si perdono nell'immenso bicchiere di orzata. Cammino. Fumo. Respiro. Un passo dopo l'altro arrivo al Ponte Assassino, chiamato così perchè è quello difronte la stazione, se scendi dal treno sei in ritardo per la lezione, lo fai correndo ed è tremendifero, quando arrivi in cima sputi mezzo polmone e getti le rotule in canale, se vai a prendere il treno lo stai, sempre e comunque, per perdere, arrivi in cima dopo una partira di bùling con gli altri pontatori di corsa, sputi l'altro mezzo polmone e ti chiedi perchecazzo hai buttato la rotula giù per il canale, la mattina, ora che ti serviva per fare gli ultimi 100 metri in volata .. dicevo, arrivo al Ponte e lo faccio con calma, molta calma, arrivo in cima guardo un po' in giro, vedo popolo, qualche barca, scendo, percorro la calle, arrivo al Ponte-Un-Passo-E-Mezzo, bel ponte non c'è che dire, però la misura dei gradini, ecco, mica è semplice, passo, mezzo passo, passo, mezzo passo, stop, cambia gamba, passo, mezzo passo .. per fortuna non è alto, si fà in fretta e ai lati c'è la corsia per le carrozzine, semplice sarebbe camminare di là, ma il passoemezzo ha il fascino dell'assurdo, si fà, almeno io lo faccio. Continuo, cammino, incontro papà ( meraviglia! ) caffè, veloce che sono in ritardo, anch'io, come mai qua? devo prendere una cosa, ah poi torni a Mestre? sì e tu? io sono in Calle Misericordia, lavori fino a tardi? no e tu? no, ciao, ciao. Lascio che si allontani, accendo una sigaretta, arrivo al Cinema Teatro Italia, per incontrarmi con tale Luca ( il 90 % degli uomini con i quali ho a che fare in sto periodo si chiamano Luca ) chiamo al cellulare, vedo un tipo, che conosco benissimo prendere in mano il cellulare "sei tu?" "sì" "piccolo il mondo eh" " pare" " ecco, credo tu sia qui per questo" " credo anche io " " vengo a recuperare nel pomeriggio da te in ufficio?" " certo, se non ti è di disturbo, altrimenti te le porto a casa" " no, son di passaggio" " bene" " lavori ancora al sessantotto?" " no, da marzo" " ah, e peppe?" " hem" " oh, ero rimasto al fatto che avreste dovuto sposarvi verso marzo " " eh" " sembrava così innamorato lui " "hem " ( io intanto, mentre monovocalizzo, penso perchè mai deve essere così convinto del fatto che sia stato pè a far fnire la storia, a tre mesi dal matrimonio, pfui ) " beh, meglio prima che dopo, no?" " oh" ( allo zoo ). Mi giro e rifaccio la strada inversa e come ogni volta noto che i gradini dei ponti finiscono, al posto che con l'antiscivolo, con un pezzo di lucidissimo marmo, giusto, così dopo aver perso la rotula cercando di prendere il treno, immoli alla causa anche un femore... vorrei andare alla Botte, a bere il vino e mangiare una polpetta, vorrei andare alle Zattere e sedermi e dormire con la schiena appoggiata al muro, vorrei andare al CNR a salutare gli excolleghi, vorrei andare al Lido a passeggiare in spiaggia, vorrei perdermi nella zona di Castello, vorrei ... sì ... arrivo a Piazzale Roma, prendo l'autobus, non so ma la magia si sta perdendo un po', sarà la nebbia che si alza, un po', ma si alza. Venezia, lo so, a te non te ne fotte niente, ma a me manchi.
postato da: ilema alle ore 22:38 | link | commenti (5)
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